“Il vero cibo della longevità non allunga la vita ma ci fa vivere bene questa nostra vita”

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Cibo e longevità. Mito dell’eterna giovinezza e proposte alimentari della modernità, dagli integratori alle diete anti age. L’ultima serata di Pensare il Cibo 2017 è stata dedicata all’accettazione della propria età vissuta con protagonismo, anche grazie a una corretta alimentazione. Sullo sfondo, la critica, corale, alle lusinghe della pretesa dell’immortalità che passano anche attraverso proposte alimentari che rincorrono le ansie della modernità invece che il buon vivere.

«L’unico cibo dell’eterna giovinezza – ha tagliato corto il filosofo Sergio Givone – è il viatico, un cibo che ci spedisce direttamente all’altro mondo, o se vogliamo, il veleno, che ci fa subito morire. E questo perché l’unica vera “eterna giovinezza” è data a chi muore prima dell’età anziana. Per noi umani il cibo ha sempre una connotazione culturale, è sempre “cultura” e appartiene alla nostra storia personale e alle nostre tradizioni. In questo senso, il cibo che ci mantiene davvero giovani è quello che ci riconcilia con il piacere del vivere la vita, nella consapevolezza che la morte prima o poi arriverà e chiuderà quella nostra storia. Il cibo è l’elemento che ci può fare vivere al meglio la nostra storia finita, e non un oggetto in cui dobbiamo riporre l’ossessione di un’immortalità che non esiste».

Per il filosofo e tanatologo Davide Sisto l’errore della modernità sta nel pensare che la morte sia quell’evento che accade quando finisce la vita. «Così finiamo sempre per rimuoverla. Invece bisogna fare i conti con la morte e rassegnarci che non si muore mai per una causa ma per semplice condizione di mortali. Solo pensando che vita e morte sono strettamente integrate ci si rende conto che siamo condannati ad essere soltanto “vitali”. Riconoscendo la morte ci rendiamo conto del valore della vita e il cibo va visto più che come strumento per evitare la morte, il mezzo per garantire il benessere all’interno di una vita che ha una fine».

Il medico nutrizionista Andrea Pezzana pensa che la vera sfida non sia «un ulteriore allungamento della vita nelle condizioni di dipendenza e inabilità che caratterizzano molti novantenni di oggi, ma di guadagnare in salute riducendo il periodo in cui la vita diventa troppo difficile per una persona e per i suoi famigliari».

L’alimentazione che fa bene non è quelle degli integratori ma quella dei nutrienti integrati che si trova solo nei prodotti alimentari veri e di qualità. «Gli studi sulle cosiddette “blue zone” cioè le zone del mondo in cui la popolazione vive più a lungo e in buona salute si consumano cibi locali con tutti i loro nutrienti ben conservati, si mangiano pochi prodotti industriali. E soprattutto si mangia poco con una prevalenza di cibi vegetali. Poi c’è un altro dato, dove si vive più a lungo ci sono comunità dove tutti sono integrati, dove la vita è rispettosa dei rapporti e dei legami. Per vivere un’età anziana in salute il cibo deve rappresentare anche questo: relazioni, cultura e rapporto con la propria terra».

 

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