Riva, «La filosofia può aiutare chi soffre di disturbi alimentari»

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Di Massimiliano Borgia

 

Franco Riva, filosofo e professore di Etica sociale, Filosofia del dialogo e Antropologia filosofica all’ Università Cattolica di Milano è uno dei tre relatori della serata di Pensare il Cibo dedicata al nostro rapporto con il corpo e ai disturbi alimentari. Riva possiamo definirlo un “filosofo del cibo” dal momento che, due anni fa, ha pubblicato il saggio “Filosofia del cibo” (Castelvecchi editore).

Professor Riva, oggi le scelte alimentari sembrano surrogare le scelte ideologiche, religiose, valoriali. Il rapporto con il cibo presenta sempre più aspetti che a un uomo di pochi decenni or sono sarebbero sembrati patologici. C’è un modo di vivere la contemporaneità stabilendo un rapporto sano con le nostre scelte alimentari?

«La situazione è ambigua. Se da un lato con le scelte alimentari si mangiano anche ideologie, religioni, valori, dall’altro lato il cibo avvolge oggi talmente da proporsi per se stesso come ideologia, religione, valore. Si è soffocati da discorsi sul cibo, da pubblicità, da rivestimenti alimentari della città come se si dovesse mangiare sempre e comunque in qualsiasi momento e per qualsiasi occasione. Si vive in città da bere e da mangiare, in grandi mele dove si mangia e si è mangiati nello stesso tempo. In questo senso si può parlare di patologia del cibo. Per via di un’ossessione collettiva malata che discende da una società dell’abbondanza di cibo a basso costo a cui fanno da contrappeso, ma non necessariamente da alternativa, le scelte di cibo salutista e d’élite. E anche per via di un subire questa ossessione come un diktat mediatico inevitabile, tale è la sua pressione diretta ed occulta. Il cibo è un’atmosfera in cui si è immersi come l’aria che si respira.

In proposito non c’è da essere molto ottimisti per due ragioni. La prima è che la diversificazione in atto dell’offerta articola ma non smentisce la pressione collettiva intorno al cibo. La seconda è che il sistema del consumo funziona scaricando sul singolo e sulle sue scelte quella che risulta essere invece un’impostazione collettiva e a monte della convivenza. La due ragioni tendono d’altronde a sovrapporsi. Si è liberi di scegliere ma dentro delle scelte preordinate. Perfino i consumi alternativi sembrano a volte una variabile dipendente del consumo globale, un fiore all’occhiello che non mette poi molto in discussione. Gli estremi del cibo spazzatura e del cibo snob tirano acqua allo stesso mulino del consumo.

Il modo per vivere questa contemporaneità parossistica del cibo passa attraverso la responsabilità, a patto che non sia lo scaricabarile sul singolo di una catena che parte da molto lontano. Responsabilità come singoli e come collettività per tutta la filiera alimentare nel suo rapporto con i territori. Non solo etichette ed etichette delle etichette, cartelli bio, consumi intelligenti e responsabili, mercato un po’ diverso. Non solo responsabilità di fronte allo scaffale del supermercato, che pure si differenzia e diventa verde almeno in parte. Responsabilità piuttosto come alternativa produttiva e sociale, come silenzio alimentare, come contestazione della logica sempre dualistica, sempre razionalistica, che ventre affamato non sente ragioni, che bisogna pur mangiare. Protesta contro la vecchia promessa di pane e schiavitù che anziché passare come un tempo dai megafoni o dalle radio delle dittature, preferisce la strada meno tetra e più rassicurante dell’eccesso di garanzia alimentare. Perché non è neppure pensabile che non si possa non trovare sempre tutto e sempre tanto da mangiare. Si vive in un totalitarismo alimentare».

Come può la filosofia aiutare le persone che soffrono di disturbi alimentari?

«Vi sono meccanismi da comprendere, situazioni strutturali, codici linguistici e concettuali, equivoci e fraintendimenti che appartengono propriamente a un livello culturale e filosofico d’intervento come terapia prima, o meglio accanto, alla terapia. Mi permetto una memoria personale. Sono rimasto sorpreso quando, una volta laureata, una studentessa gravemente obesa mi consegnò un biglietto con un ringraziamento per tutto l’aiuto di vita che le avevo dato. Eppure non ci si era parlati molto, era spesso taciturna. Riflettendo mi sono venuti in mente alcuni corsi sul corpo, anche se erano in un contesto filosofico classico. Al di là della memoria, il lavoro decostruttivo, linguistico, fenomenologico ed etico, istruito bene, permette per lo meno di prendere consapevolezza che spesso ci si muove a livello di un io che in realtà riflette parole di altri, ciò che lo circonda, che non ha chiaro cosa cerca. Forse è poco, forse deve essere poco, e tuttavia può darsi aiuti ad allargare le crepe, o a porne le premesse, di un io troppo ripiegato su di sé».

Le è mai capitato di sentire che un filosofo sia stato chiamato da un medico o da uno psichiatra per aiutarlo nel suo lavoro con pazienti che soffrono di disturbi alimentari?

«L’origine di un capitolo (Città obesa, città snella) del mio Filosofia del cibo è stata la commissione dell’Istituto Auxologico di ricerca medica a carattere scientifico per l’Annuario sull’obesità in Italia. Anche se mi ero ripetutamente occupato di corpo, e avessi fatto qualche sondaggio di fenomenologia sociale, probabilmente non mi sarei spinto così in là com’è avvenuto con questo input. L’esperienza è stata utilissima, perché ha costretto il filosofo a porsi seriamente il problema del modo e della possibilità di parlare/pensare il cibo. Dal mio punto di vista, il risultato è stato sorprendente. E perché dunque il filosofo non potrebbe utilmente dialogare con il medico?

Per il resto mi è capitato più di una volta di dare tesi magistrali sulla “consulenza filosofica”, e di avere amici che la praticano. La risposta è positiva nel senso dell’affiancamento regolare e costante di un filosofo accanto allo psichiatra per problemi chiamiamoli più di tipo esistenziale, corpo compreso. Tuttavia questa è la vena dialogica della consulenza filosofica, perché ve ne n’è un’altra che rivendica invece l’indipendenza. In ogni caso, la risposta resta positiva».

 

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